La mappa non è il territorio
Smettila di voler insegnare e inizia ad accompagnare
Quante volte hai sentito un adulto dire a un giovane “ai miei tempi si faceva così”? E quante volte hai visto quel giovane chiudersi, annuire e sparire?
Ecco il problema. Non i giovani. Quella frase.
Ognuno ha la sua mappa. E va bene così.
Ogni persona, ogni giorno, non percepisce la realtà così com’è. La filtra. Seleziona ciò a cui prestare attenzione, interpreta ciò che vede, dà valore a ciò che sente. E da tutto questo costruisce una rappresentazione del mondo che è unica, personale, irripetibile. Quella rappresentazione è la sua mappa.
Non è né giusta né sbagliata. È sua. Ed è l’unica lente attraverso cui può guardare le cose, prendere decisioni, dare senso a ciò che gli accade.
Il costruttivismo parte esattamente da qui: la realtà non è uguale per tutti. Ognuno la costruisce attraverso le proprie esperienze, relazioni, paure e desideri. Quello che chiami “buon senso” è solo la tua mappa. Non la verità assoluta.
Un millennial che ha passato vent’anni a scalare gerarchie aziendali ha una mappa precisa: sacrificio, fedeltà, pazienza, e poi arriva il riconoscimento. Ma quella mappa è stata disegnata in un mondo che non esiste più. Pretendere che un ragazzo di 25 anni la adotti oggi non è saggio. È solo comodo.
Alcune storie che mi hanno fatto capire molto: L. aveva 28 anni quando mi ha contattato. Aveva appena lasciato un lavoro “sicuro” in una grande azienda e si sentiva in colpa. Sua madre non capiva, il suo capo l’aveva deluso. Mi ha detto: “Non so più chi sono senza quel ruolo.” Non aveva bisogno che qualcuno gli spiegasse cosa fare. Aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse a ritrovare ciò che già sapeva di sé. Dopo tre mesi di lavoro insieme stava costruendo qualcosa di suo.
Un’altra cliente invece era bloccata a fine università. Brillante, determinata, eppure paralizzata. Ogni scelta le sembrava definitiva, ogni errore potenzialmente catastrofico. Il problema? Aveva interiorizzato la voce di troppi adulti che le dicevano come avrebbe dovuto essere il suo futuro. In realtà nessuno le aveva mai chiesto cosa volesse davvero lei.
Ho anche visto chi, promosso a leader dopo anni con ruoli solo operativi, è andato in crisi. Un salto che avrebbe dovuto essere un traguardo. Invece era diventato una crisi. “Non mi riconosco più”, mi ha detto. Cambiare ruolo significa cambiare identità. La responsabilità mi schiaccia e mi sento sempre sotto esame. E nessuno lo aveva preparato a questo.
Le transizioni fanno paura perché toccano chi siamo
Quando cambiamo ruolo — finiamo gli studi, entriamo nel mercato del lavoro, veniamo promossi, cambiamo settore — non cambia solo quello che facciamo. Cambia come ci percepiamo. Chi ero? Chi sono adesso? Chi sarò?
È un momento delicato, spesso solitario. E in quel momento la cosa peggiore che può capitare è incontrare qualcuno che ha già la risposta pronta.
L’ipnosi costruttivista insegna proprio questo: le risorse sono già dentro la persona. Non si tratta di aggiungere niente. Si tratta di creare lo spazio giusto perché emergano. “Non impongo. Accompagno.”
Quando qualcuno si sente accompagnato — non giudicato, non corretto, non “migliorato” — smette di difendersi e inizia a muoversi. È così che funziona la fiducia. E la fiducia non si guadagna dopo. Si dà prima.
Un messaggio per gli adulti. E uno per i giovani.
Se sei un manager, un genitore, un formatore: la tua mappa è preziosa. Ma è tua. Sviluppa la consapevolezza che non hai la verità assoluta. Dai fiducia prima che venga “meritata”. È l’unico modo per non spingere i giovani a chiudersi.
Se sei un giovane in mezzo a una transizione: abbi pazienza con te stesso. Il disorientamento non è un segnale che stai sbagliando. È il segnale che stai crescendo. Investi su di te — non per diventare quello che gli altri si aspettano, ma per capire sempre meglio chi sei davvero.
Andrea Catelli Coach, Autore e Manager
www.andreacatelli.it
